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Comunicato Stampa

14 dicembre 2006 - 17 febbraio 2007

“Seeing The Invisible”
Charif Benhelima (B) / Kristina Braein (N) / Heman Chong (SGP) / Michel de Broin (CAN) /
Shin il Kim (ROK) / Lucas Lenglet (NL) / Jan Mancuska (CZ) / Conor McGrady (IRL) /
Melvin Moti (NL) / Sancho Silva (P) and John Hawke, USA / Nasan Tur (D)

a cura di Valeria Schulte-Fischedick e Shin il Kim

La rimozione, il vuoto, la mancanza, il trascurato o l’omesso, la trasparenza, l’infinito, o anche la nullità, così come l’idea di vuoto nel Buddismo Zen, sono nozioni che vengono in mente quando pensiamo all’Invisibile. Sembra che il termine sia quasi sinonimo di immateriale.
Rientra pertanto in un’intera area della teoria filosofica e percettiva come è stato mostrato ultimamente dal pensiero critico e curatoriale.
Trasferita nel contesto artistico, il termine invisibilità è ovviamente una contraddizione in se stesso: sempre fortemente correlato alla visibilità e solo riconoscibile come tale attraverso la sua controparte o attraverso la sua conoscenza, sembra che qualcosa di invisibile non ci sia, eccetto per pensieri e concetti assoluti…
Già nel 1960 l’invisibilità veniva presa in considerazione in articoli, mostre e opere come quelle di Robert Morris, Hans Haacke o Robert Barry, che utilizzavano l’immateriale e pertanto elementi invisibili come vapore, vento o gas. Oggi altri concetti immateriali come il gossip o il rumore vengono considerati oggetti d’arte.
I 12 artisti internazionali scelti per questa mostra mettono in evidenza l’ambiguità del concetto di invisibile in modo differente, a volte metaforico, ma sempre in termini visivi, riflettendo allo stesso tempo sulla nostra quotidianità, e allacciandosi spesso a tematiche politiche.
Nel senso di “ nascosto”, l’invisibile talvolta confina persino con il camouflage, la simulazione e riscopre e ridefinisce la classica nozione di trompe l’oeil.
Seeing the invisible mette alla prova I limiti e I confini non solo dell’invisibile ma dell’arte in se stessa, arricchendo la nostra percezione.

Kristina Braein:
“L’invisibile è proprio lì, di fronte a te.”
L’artista norvegese KRISTINA BRAEIN (1955) realizza piccoli, talvolta quasi invisibili interventi nello spazio utilizzando oggetti di uso comune come borse di plastica, pezzetti di legno, tappeti o nastri che applica sul pavimento o alle pareti, ottenendo composizioni minimaliste e divertenti.

Shin il Kim:
“Abbiamo la tendenza a creare qualcosa di più bello da ciò che è “visibile”. Tuttavia è necessario trovare e suggerire la bellezza dell’  “invisibilità”, poiché “invisibilità e visibilità” sono parte di uno stesso insieme.”
L’invisibilità può rivelarsi anche negli spazi tra media diversi. Quando l’artista coreano SHIN IL KIM (1971) segue il suo processo creativo e sviluppa un video, fa centinaia di disegni per crearlo, animando i disegni stessi. Così facendo rende visibili non solo i processi di realizzazione, ma anche la specificità di ciascun media.

Heman Chong:
“Cerco un nesso, ma non c’è. Dei 1,097 files che ho esaminato, nulla ha senso per me. Accendo una sigaretta, mi appoggio allo schienale della sedia e rifletto sul senso di tutto ciò.”
Le opere dell’artista di Singapore HEMAN CHONG (1977) evidenziano la differenza tra oggetti di uso quotidiano e opere d’arte. Un mazzo di cartoline, da lui presentate ad una mostra, vengono utilizzate come ferma-porta, irritando l’inconscio dei visitatori, fino a quando non si conosce la storia che c’è dietro (CHONG manda le cartoline come opera d’arte a un gallerista il quale, sentendosi insultato poiché non le considera tali, le usa come ferma-porta e rimanda le cartoline - ormai sporche e usate - all’artista). Questo oggetto non pretende di essere considerato arte e perciò è invisibile secondo la nostra definizione e percezione di arte. L’opera di Chong ridefinisce quindi il concetto di Trompe l’oeil o di Simulazione.

Sancho Silva:
“Vedi (capisci) cosa sto dicendo (intendo)?”

John Hawke:
“ In Orange Work, paradossalmente l’invisibilità è creata dall’adozione da parte dell’artista del materiale segnaletico fluorescente pensato per ottenere la massima visibilità in cantieri di costruzione. Mimetizzato da lavoratore di costruzioni urbane, l’artista lavora in incognito, costruendo strutture non autorizzate per indagare pressioni spaziali e riorganizzare spazi pubblici per nuovi usi sociali”.
Lo stesso concetto emerge nel lavoro dell’artista portoghese SANCHO SILVA (1973) che, insieme all’americano JOHN HAWKE (1978), installa costruzioni abusive e rifugi in spazi pubblici a Brooklyn, New York e Lisbona rendendo indistinti i confini tra arte e contesto urbano. Per la mostra realizza un’installazione site specific sulla facciata dell’edificio, irritando l’aspettativa del pubblico.

Lucas Lenglet:
“Credo che si possa parlare di invisibilità quando c’è il sospetto che l’oggetto invisibile ci sia veramente”
LUCAS LENGLET (1972), artista olandese, ricerca forme che esprimono aggressione, violenza, ma anche riparo, senza renderlo visibile in modo illustrativo. Anche il camouflage, nel suo senso più militaristico, è un elemento importante e ricorrente in Lenglet. Le sue installazioni si riferiscono spesso a icone storico-artistiche, che usa come punto di partenza per comporre ambientazioni architettoniche e sceniche, ponendo l’accento su istanze sociali.

Charif Benhelima:
“É un’anti-immagine e nello stesso tempo un’immagine aperta all’immaginario.
Nel caso di Semites #2, l’invisibilità si riferisce ad antiche memorie e a identità perdute o dimenticate.”
Ad un livello più metaforico l’invisibilità include anche immagini che sono state escluse, tracce di ricordi, traumi, perdite, come nel lavoro fotografico dell’artista belga CHARIF BENHELIMA (1967) che narra, in fotografie sfuocate, la storia dei  suoi parenti e il background culturale della sua educazione marocchino-ebraica.

Michel De Broin:
“L’invisibile dentro dorme(?).”
L’artista canadese MICHEL DE BROIN (1970) inventa per i suoi lavori assurde procedure fisiche che sostituisce a quelle reali allontanando la nostra attenzione dalla normale percezione del quotidiano. La nozione di entropia, che De Broin interpreta come processo inverso alla crescita, in questo contesto è cruciale. Per la mostra  presenta “Warming”, un oggetto simile a un frigorifero: l’interno misterioso - la luce fluttua attraverso la porta semiaperta - rimane invisibile, lasciando tutto alla fantasia dello spettatore.

Melvin Moti:
“Cambia posizione. Cambia posizione. Cambia posizione.”
L’artista olandese MELVIN MOTI (1977) ha un approccio completamente diverso con la tecnica moderna della fotocopia. Il suo è un lavoro basato su un documento storico, che sottolinea il fatto che tutti i trucchi perdono la loro magia quando sono ufficialmente rivelati.

Conor McGrady:
“Invisibilità: Il processo di rimozione, sparizione, omissione, vuoto e silenzio, pur trattenendo ciò che rimane di quanto è impercettibilmente nascosto sotto la superficie.”
Sottili riferimenti storici e politici fanno da sfondo ai disegni in bianco e nero dell’artista irlandese CONOR MCGRADY (1970), dove spazio e architettura alludono a luoghi di terrore e guerra.

 

Nasan Tur:
“                              “. O  “La wodka  rende il gorilla invisibile”.
L’artista turco-tedesco NASAN TUR (1974) presenta un video in loop, nel quale la narrazione è suggerita, ma mai rivelata. É possibile solo avere il sospetto di persone che si muovono dietro i cespugli, lasciando quindi lo scenario oscuro.

Jan Mancuska:
Personaggi: Padre, Due bambini, Maestra
All’asilo.  “Spiacente ma non mi può vedere. Oggi sono invisibile. Io stesso ho portato i bambini, perché mia moglie non poteva.”, dice alla maestra. I bambini lo baciano ed entrano seguendo la maestra. “Mi domando cos’altro possiamo aspettarci da lei…” risponde.
L’artista praghese JAN MANCUSKA (1972) presenta 800 ways to describe a chair, una riflessione sul lavoro concettuale di Joseph Kosuths. Dopo aver sparato ad una sedia reale, lascia solo il contorno della sua ombra, formato dalle tracce delle pallottole.

Valeria Sculte-Fischedick, Berlin
Shin Il Kim, New York