Comunicato Stampa
Stéphanie Nava
Recouvrements Successifs
opening venerdì 23 novembre ore 18.00
23 novembre 2007 - 23 gennaio 2008
Stéphanie Nava – Will the Circle Be Unbroken?
Il sinonimo più comune utilizzato per definire la scenografia è quello di “spazio scenico”, ovvero lo spazio della “messa in scena”, quello in cui si svolge l’azione. Ponte ideale tra architettura e arte, un’altra componente essenziale della scenografia è quella di ricreare ambientazioni il cui scopo è quello di simulare la realtà. Dietro questo mondo bidimensionale si cela uno spazio neutro, destinato a fare da oasi ai personaggi quando questi escono da quella dimensione che contribuisce in maniera determinante a legittimare la loro identità fittizia. La maggior parte degli spettatori, così come la fauna che popola l’universo del teatro, descrive questo momento come “uscita di scena”. Stéphanie Nava fa invece parte di quella cerchia ristretta che non riesce a fare a meno di pensare a queste figure come “non visibili” piuttosto che “uscite”, e continua ad inseguirle mentalmente nel “limbo” che le divide dal mondo reale e quello del palcoscenico.
Nava è approdata alla scenografia dopo aver contemplato l’idea di studiare architettura, preferendo orientarsi verso qualcosa che conservasse l’impulso creativo e l’immaginazione senza sottostare alle regole della matematica e dell’ingegneria. I suoi personaggi sono raramente visibili, e quando lo sono appaiono in forma quasi ectoplasmatica, in un gioco temporale su carta non dissimile da alcuni esperimenti video-architettonici di Dan Graham negli anni Settanta. Pur mantenendo una presenza laterale, sono i veri protagonisti del suo lavoro insieme al concetto di città, alla sua crescita topografica e demografica e soprattutto all’apparente incapacità di reagire adeguatamente a dei cambiamenti tutto sommato annunciati da tempo. La sua scultura che raffigura un gruppo di edifici pseudo-modernisti tenuti precariamente insieme da un elastico, se da una parte rappresenta in maniera tutto sommato diretta l’intensità di un grande centro urbano, dall’altra riflette un problema non secondario in una città come Londra, dove l’artista vive da anni, ovverosia il dover fare quotidianamente i conti con una realtà progettata per un certo numero di persone che adesso ne ospita circa il doppio. L’unica ragione per cui l’elastico non si rompe è perché, proprio come gli attori quando escono di scena e si rifugiano nel loro spazio neutrale, una parte consistente dei cittadini lascia questi centri urbani verso la stabilità e la certezza di una periferia cartonata, dove può tirare il fiato e osservare almeno anche solo per poco da una prospettiva esterna una scena di cui fanno regolarmente parte, in cui sanno di dover eventualmente rientrare. Un’intensità simile è riscontrabile anche nei disegni, dove si vedono persone che hanno visitato lo stesso luogo in due momenti diversi venire sovrapposte in un gioco che sembra suggellare un incontro virtuale tra il loro corpo e il loro inconscio, a metà tra spirituale e sovrannaturale.
Le indagini socio-architettoniche di Nava trovano un ulteriore e forse imprevisto collegamento nei luoghi in cui l’artista è nata e dove si svolge la mostra, Marsiglia e Milano. A prima vista è difficile immaginarsi due realtà più distanti, ma ad uno sguardo ravvicinato si scorgono diversi punti in comune: un’espansione disordinata, un tessuto sociale in perenne mutamento e uno status di metropoli di confine, che le vede antagonizzare le rispettive capitali geograficamente, culturalmente ed economicamente. Si tratta soprattutto di due città affannosamente alla caccia di un’identità, che lottano strenuamente contro l’indecisione tra il difendere il patrimonio che ha definito il loro passato e l’abbracciare il furore della contemporaneità che scriverà il loro futuro. Come in una fabbrica in cui i piani dirigenziali e le forze lavoro marciano a due ritmi diversi, Milano e Marsiglia, e anche molte altre città nel mondo, esportano contraddizioni e restano tenute insieme da una popolazione numerosa e variegata ma non radicata o coesiva, che va a costituire appunto un equilibrio fragile, proprio come la città “imballata” di Nava. Il caos, il rumore, il traffico non sono visibili o udibili, ma è facile immaginarsi la loro intensità animare queste sagome di cartone. Chiudendosi a riccio, la città di Nava mostra vulnerabilmente la sua anima, un elemento vitale ma contaminato e nascosto, proprio come il 70% di acqua che forma il nostro corpo, e che nei disegni dell’artista riconquista la sua importanza prendendo la forma di radici sagomate e attraversate dai corsi d’acqua più lunghi del mondo.
Solitamente non si dovrebbe lasciare che gli indizi biografici di un artista interferiscano più di tanto con la percezione del suo lavoro, ma il fatto che Stéphanie Nava abbia trascorso i primi anni della sua vita in una delle case “essenziali” di Le Corbusier, quelle che secondo il visionario architetto svizzero dovevano utopisticamente consegnarci una società migliore figlia di un’architettura migliore, è rilevante. Spiega, almeno parzialmente, oltre ad un interesse intrinseco per l’architettura, anche l’impulso di esplorare la struttura, l’agibilità e le vie di comunicazione che si vedono nelle sezioni degli edifici disegnati dall’artista, dove condotti, tubature e fili elettrici diventano protagonisti, portando in primo piano quei canali impercettibili che connettono gli abitanti quasi a suggellare una connessione sotterranea, a volte ignota ma sempre e comunque solida tra residenti. Sono proprio queste strutture, risultato del calcolo scientifico e delle leggi della logica e della pratica, che hanno allontanato Nava dall’architettura la prima volta. Forse adesso il cerchio si chiude.
Michele Robecchi
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