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Comunicato Stampa

20 febbraio 2007 - 2 aprile 2007

The Smile at the Foot of the Ladder # 2
Hot Shame - the Quest of Shelley’s Heart
Ragnar Kjartansson

Un progetto sulla performance a cura di Marianna Vecellio

The Smile at the Foot of the Ladder è un racconto nel racconto. I fatti procedono seguendo una linea temporale armonica che, ad un tratto, sembra avvolgersi su se stessa fino alla misteriosa morte del clown Augusto. Henry Miller precisa di aver scritto il racconto di fantasia e rassicura il lettore, che la morte del clown ne rafforzi la sua stessa nascita, che la sua fine battezzi l’inizio, “l’invito a fluire con i tempi.”
La fine della storia, pertanto non ne segna il termine, ma piuttosto il suo cristallizzarsi in una dimensione fuori e dentro il tempo, per proseguire, forse, nella realtà del lettore “che porta con sé” - come dice la studiosa Dorothea von Hantelmann - “una cartografia dell’esistenza”, la mappatura sensibile che si costituisce intorno alla performance, tra l’azione e il fruitore, oppure nel caso del racconto in questione, tra la storia e il lettore. “La performance non può essere un lavoro fine a se stesso - prosegue la von Hantelmann - ma vive della relazione che instaura con lo spazio sociale dello spettatore.”
Il lavoro Hot Shame - the Quest of Shelley’s Heart di Ragnar Kjartansson (1976, Islanda) è una finzione nella finzione: uno spazio della realtà con cui l’artista ha deciso di giocare fino alla sua totale sparizione. Kjartansson sceglie una leggenda, quella sulla sepoltura del cuore separato dal corpo di Percy Bysshe Shelley, il poeta inglese romantico.
Vi sono diverse posizioni a riguardo, del resto si tratta di una vera e propria ricerca: l’artista non è interessato alla veridicità del fatto quanto all’insieme di romanticismo, morte ed eternità che la storia può suggerire e intorno alla quale costruire un’elegia, narrare la memoria della memoria, e trasformare lo spazio della galleria in un atto di devozione to the bleeding heart, che sanguina perchè ferito, o semplicemente perchè per Kjartansson, “la vita è triste e bella... amo la vita, amo la disperazione in essa.”
L’artista definisce le sue installazioni dei tableaux vivants, luoghi in cui far collidere le differenti discipline, dove ripetere in una sorta di loop grottesco e sognante, per ore, giorni, l’azione performativa; giocando con la dimensione temporale del lavoro per entrare ed uscire da esso, affinché in ogni singola azione subentrino le svariate possibilità contingenti e lo spettatore, invitato ad eseguire un completamento al di fuori, si confonda con esse.

Prossimi appuntamenti 2007:
Planning to Rock - Germania/Gran Bretagna # 3